La normalità è una forma di pazzia

“Tu sei NORMALE.” Me lo ripeto spesso in quest’ultimo periodo. E credo di non essere la sola. I forum che albergano su internet sono pieni di domande che iniziano con le parole “E’ normale…” e terminano con un grosso e ansioso punto interrogativo che non aspetta altro che ricevere rassicurazioni. Niente rassicurazioni. Io ve le negherei, proprio come voglio negarle a me stessa. Perché se ve le concedessi, se ce le concedessimo significherebbe rendere fondati i nostri dubbi. “Sei un po’ strano, questo comportamento non è da persona civile, quindi ti servono delle rassicurazioni per sentirti meno strambo, più in pace con te stesso.” No signori. Non ci servono rassicurazioni, non ci servono incoraggiamenti, non ci servono consigli, perché siamo perfettamente a posto così come siamo e non dobbiamo avere dubbi al riguardo.

Abbiamo una fottuta paura di essere giudicati strani, pazzi, fuori dal mondo. DIVERSI. Complici i mass media, le lezioni che hanno voluto inculcarci fin da piccoli riguardo al modo di vivere che dovremmo seguire, gli atteggiamenti che dovremmo avere, le scelte che dovremmo compiere, viviamo eternamente nella paura di poter essere giudicati da qualcuno. E’ come se fossimo saliti su un autobus e sbirciando fra gli altri passeggeri ci fossimo resi conto di essere in possesso di un biglietto diverso dal loro. E finiamo per affrontare l’intero viaggio con l’ansia che da un momento all’altro possa salire il controllore e riprenderci per il nostro biglietto sbagliato. Quello che però non sappiamo, accecati dal timore di aver compiuto un errore, è che anche il nostro biglietto è giusto, esattamente come quello degli altri. IL DIVERSO NON HA NULLA DI SBAGLIATO. Avremmo potuto goderci il viaggio, rilassarci, guardare fuori dal finestrino, pianificare grandi cose nell’ottica dell’arrivo. Invece abbiamo SCELTO di farci assalire dalla paura e di temere il peggio solo perché ci siamo resi conto che non siamo come gli altri.

Chi ha stabilito che cosa sia normale e che cosa sia da folli? Chi ha stabilito che un malato mentale debba essere chiamato pazzo e una persona che si conforma a ciò che la società ha deciso per lui possa essere definito normale? Il primo è diverso rispetto all’altro, ma anche il secondo è diverso rispetto al primo. Se siamo tutti diversi, non siamo forse tutti normali, non siamo forse ognuno folle agli occhi di un altro? Non è anche la normalità quindi una forma di pazzia?

Abbiate il coraggio di essere voi stessi. Personalmente, emotivamente, socialmente, sessualmente, umanamente. Abbiate il coraggio di essere DIVERSI. Abbiate il coraggio di essere (A)NORMALI. E abbiate il coraggio di mandare al diavolo chi non vuole permettervi di esserlo.

Abbiate il coraggio di sventolare orgogliosamente in faccia il vostro biglietto agli altri passeggeri e permettete loro di sventolarvi orgogliosamente in faccia il loro.

Chissà che non nascano delle amicizie in grado di allietarvi il viaggio.

 

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Benvenuta tristezza

Potrei dirti che un giorno tutto questo finirà. Potrei dirti che gli affanni scompariranno come nel migliore degli spettacoli di illusionismo. Potrei dirti che non avrai più motivi per provare ansia, potrei dirti che la voce dentro la tua testa smetterà di sabotarti, ma si alleerà con i tuoi sogni e a braccetto ti porteranno insieme in cima ai tuoi obiettivi. Potrei dirti che la tristezza evaporerà come gocce d’acqua lasciate da un violento temporale che si è abbattuto sulla tua vita solo in un brutto sogno. Potrei dirti che d’ora in poi sarai felice, felice per sempre, di una felicità che nulla avrà più il potere di scalfire.

Ma non posso.

Non posso farlo, perché ti direi qualcosa in cui non credo. E io non riesco a dire cose in cui non credo. Non riesco a dire che nel mondo esiste una gerarchia di forme di vita per cui la sofferenza di uno vale meno della sofferenza di un altro. Non riesco a dire che vivresti meglio perdendo il contatto con le tue radici e librandoti perennemente in aria come un vivace passero ribelle, che ha perso di vista il suo nido. Non sarai sempre felice. Fortunatamente non sarai sempre felice. Se riuscissi a raggiungere uno stato di piena soddisfazione e agiatezza saresti condannato. Condannato a condurre per il resto della tua esistenza quello stesso modo di vivere. Ad accontentarti semplicemente di ciò che hai raggiunto. E accontentarsi, anche se può sembrarti la più dolce delle medicine palliative, blocca la tua evoluzione. Dovrai alternare periodi di luce a zone d’ombra. Perché in verità il malessere può essere tuo amico, anche se ora ti riesce difficile crederlo. Il malessere ti fa mettere in discussione i tuoi punti di vista, le tue abitudini, le tue aspirazioni, i tuoi vizi, te stesso. Il malessere ti tira giù dai tuoi voli pindarci, evitandoti di bruciarti col sole. Ti scaglia brutalmente a terra  e in questo magari sbaglia, potrebbe essere più delicato, hai ragione. Ma lui non è stato educato da genitori amorevoli che gli hanno insegnato le buone maniere: fa quello che ha sempre fatto con tutti nel solo modo in cui lo ha sempre fatto. Non fa distinzioni, neanche con te. E nonostante tu ti ritrova a terra, con gli arti doloranti, la terra sul viso, a guardare con nostalgia chi è rimasto su a volare nel cielo di nuvole e stelle, potrai approfittare della caduta per imparare. Potrai osservare i movimenti degli altri, le evoluzioni che compiono nel mare celeste, i motivi per cui perdono quota e gli stratagemmi che utilizzano per riconquistarne. Potrai comprendere gli errori che hai eventualmente fatto, potrai trovare metodi per migliorarti, nuove scelte di vita per alleggerirti il cuore e con esso librarti in aria più facilmente. Potrai approfittare del tempo di pausa che ti è stato imposto per raccogliere piume più folte e intrecciare ali robuste con cera temprata, in modo che neanche il calore del successo possa disfarle. Potrai riposare.

Solo ora ti rendi conto quanto sia faticoso volare continuamente, vero?

Potrai prepararti per rispiccare il volo. La tristezza non è eterna, come non lo è la notte. Potrai prendere la rincorsa e chiedere ai tuoi amici motivazione e coraggio di darti una leggere spinta per tornare in alto. Sarai nuovamente fra i tuoi amici che non si saranno neanche accorti della tua assenza per quanto sia normale e frequente fermarsi per poi ripartire. E toccherà anche a loro. Fidati, tocca a tutti prima o poi. E anche tu in quel momento non ti accorgerai della loro assenza, perché sarai assorto nelle tue acrobazie aeree e a cercare di mantenerti in equilibrio sufficientemente lontano dal mare, che nel suo fondale nasconde pericoli e terrori, e dal cielo, che nella sua euforia travolge e talvolta stravolge.

Non è una poesia

Non lo chiamerei sole questo che illumina il giorno,

tu portavi più luce.

Non la chiamerei acqua questa che sto bevendo,

mi disseterebbe di più sapere che stai bene.

Non li chiamerei fiori questi che si alternano sugli alberi in giardino,

tu eri molto più profumato.

Non la chiamerei aria quella che respiro,

il fiato mi manca lo stesso;

ci fossi tu i miei polmoni sarebbero in piena salute.

Non la chiamerei poesia questa,

non c’è niente che mi ispiri se manchi tu.

 

(Un anno senza te e mi manchi come se fossimo appena stati separati;

e mi manchi come se fossero mille anni che siamo separati.)

La complicata vita di Elisandro

Quella notte avevo bevuto a fondo. Mi girava la testa per quanto avevo fatto in fretta. La fame mi divorava, quindi avevo dovuto buttarmi sul primo che passasse. Non mi era andata tanto male comunque: una giovane donna sui 25 anni nel pieno della salute. E nel pieno della vita. Era stato un gioco da ragazzi avvicinarla con la solita scusa della sigaretta da accendere. Il mio sorriso rassicurante e la faccia da bravo ragazzo ricevuta in dono dai piani alti, forse per ripagarmi del resto che non mi è stato dato,  avevano fatto il resto. Finora nessuna aveva dato segno di aver timore a condividere un pezzo di strada con me. E meno male, altrimenti avrei fatto la fame.

«Mi dispiace non poterti essere utile», aveva risposto la biondina prescelta.

«Dai va bene così, almeno evito di fumarla. Vedi: mi stai facendo un favore. In realtà mi sei più utile di quanto credi», avevo detto facendo l’occhiolino e suscitando una leggera risata di lei. Sapessi, mia cara.

«Scusami se ti sembro invadente, ma non mi sembra una bella strada da fare di notte da sola.» procedevo come da copione. «In che direzione vai? Magari ti accompagno per qualche isolato, giusto per allontanarci da qui».

«Grazie, ma non vorrei farti fare della strada inutilmente. Io vado verso corso San Massimo.»

«Perfetto! Io sto in via Mazzini.»

Certo: nascondere i tic nervosi che la sete mi procura è ogni volta una gran rottura di palle. Ma ormai l’ho fatto talmente tante volte da essere perfettamente padrone di me stesso, anche dopo giorni che non mi nutro. Sono diventato il campione mondiale di “dissimula che le salteresti addosso non per fare quello che ogni ragazzo normale della tua età farebbe, ma solo per scolarla come un fiasco di vino”. La sensazione che mi suscita quel liquido corposo e caldo che scende giù per la gola e mi riempie lo stomaco come il più squisito dei brandy (non ho idea di che gusto abbia il brandy, ma fa tanto figo dirlo) mi ripaga abbondantemente di tutti gli sforzi della caccia. Il problema sorge dopo: devo trovare qualcosa con cui ripulirmi la bocca e il collo ma, soprattutto, devo sbarazzarmi del cadavere.

Per il primo inconveniente del mestiere – fatevelo dire da chi da un anno a questa parte è diventato un esperto – di certo non bastano i fazzolettini che gli altri usano per soffiarsi i loro nasini raffreddati. Tre pacchi non bastano. Una volta in una situazione di emergenza ho dovuto usarli e mi sono ritrovato con pezzetti di carta appiccicati in ogni dove in volto. Ogni santa notte mi riprometto di comprare delle salviette umidificate, di quelle che le donne usano per struccarsi. Anche in quel caso però me ne servirebbero a dozzine. Dovrei comprarne un formato famiglia o dei pacchi scorta all’ingrosso. Magari su ebay. Devo provare a cercare. Di solito risolvo aprendo il cappotto della vittima, pulendomi con la sua maglia e richiudendo per nascondere tutto. Ora che è inverno poi, una volta ripulito alla meglio, alzo la sciarpa fin sopra il naso ed entro nel primo bar a comprare una mezza naturale con cui lavare via gli ultimi residui rossi. Non posso di certo girare per Torino con il muso sporco di sangue!

Per il secondo problema in realtà non ho ancora trovato una soluzione definitiva. I due fiumi della città mi offrono un nascondiglio sicuro per i corpi settimanali che produco, ma trasportarli fin lì è un macello. Vi sarete immaginati che io abbia l’aspetto di un aitante giovane dal fisico prestante e i muscoli pompati.

Magari avete presente Angel di “Buffy l’ammazzavampiri”.

Acqua, ragazzi miei.

Damon di “The vampire diaries”?

Cascate del Niagara, proprio.

Edward stocavolo Cullen? Fuochino.

Diciamo che la definizione corretta da darmi sarebbe: esile. Sono alto e magro e trascinarmi dietro un corpo di 50 chili per me non è propriamente una passeggiata. Le donne di solito me le appoggio addosso e faccio finta che camminiamo stretti abbracciati come due innamorati. Dopo 500 metri non sento più le braccia, ma dettagli. Con gli uomini no, non si può fare. Non perché io sia omofobo o roba simile, ma semplicemente perché, spiegatemi, come me lo carico addosso un peso massimo di 90 kg? E credetemi che mi è successo. Non si possono sempre avere ragazze magroline. A volte i pasti devono essere più sostanziosi e lì ci scappa l’uomo palestrato.

Quella notte per l’appunto stavo andando verso la Dora. Dovete sapere che la Dora, come tutte le donne, fa un po’ la stronza: ci sono dei punti in l’acqua è talmente bassa da vederne il fondale. Voi lo nasconderesti lì un corpo? Quindi se decidi per la Dora devi conoscere perfettamente il punto in cui le acque sono più profonde e sperare, pregando tutti i santi in cielo e in terra, che quella perfida non spinga il corpo dove è facilmente visibile.

«Ma non vanno comunque a cercare nei fiumi un volta denunciata la scomparsa di tutte le persone che fai fuori?», vi starete chiedendo. E io cosa cavolo ne so? Una volta eliminata la prova della mia cena, per me è finita, non posso preoccuparmi di chi mangio. Di cosa mi tocca campare altrimenti? Di aria? Benvenuti nel bordello che è la mia vita!

[Cit.] A differenza dell’uomo

«Un’aspide. Questo è l’animale che più somiglia all’uomo. Striscia e all’occorrenza cambia pelle. Ruba e mangia i piccoli delle altre specie quando sono ancora nel nido, ma è incapace di affrontarli in un combattimento a viso aperto. La sua specialità è approfittare della minima opportunità per assestare il suo morso letale. Il veleno è sufficiente solo per un morso e ha bisogno di ore per rigenerarsi, ma chi ne porta i segni è condannato a una morte lenta e sicura. Mentre il veleno penetra nelle vene della vittima, il cuore batte sempre più piano, fino a fermarsi. Ma perfino questa bestiola, nella sua meschinità, possiede un certo gusto per la poesia come l’uomo. Anche se, a differenza dell’uomo, non morderebbe mai un suo simile

Il Palazzo della mezzanotte“, Carlos Ruiz Zafon

L’ira di Ettore

Si era alzato nel bel mezzo dello spettacolo. Non era il suo turno: il copione prevedeva che se ne stesse ancora seduto lì sulla poltroncina di velluto in quel salotto finto per altre dieci battute e che poi esordisse con un sorpreso e pacato: «Sta forse rivolgendo queste accuse contro di me, Madame?». Ma lui si era alzato. Si era guardato attorno con uno sguardo confuso, che forse lo era più di quelli che gli venivano rivolti da spettatori e attori.

«Signore, prego si rimetta a sedere.», aveva tentato di persuaderlo la protagonista, con le labbra tirate in un sorriso forzato e l’imbarazzo negli occhi. Ma lui non sentiva. Ettore sembrava essere stato inghiottito in un’altra dimensione. Aveva fatto qualche passo verso il centro del palco appoggiandosi claudicante sul bastone che faceva parte del suo travestimento. Non era ancora uscito del tutto dal suo personaggio: personaggio e attore fusi in un unico corpo. Si portò sotto l’accecante bagliore del proiettore principale e alzò il bastone verso la platea. Indicò gli spettatori della prima fila, uno per uno. Si soffermava a fissarli, a scrutarli fin dentro l’anima. Se foste stati tra quegli spettatori avreste certamente visto anche voi lampi e fuoco danzare nelle sue iridi. La sua faccia si contorse in una smorfia di disprezzo. Un bambino, spaventato dall’atmosfera grave che aveva invaso il teatro, scoppiò a piangere.

Ettore alzò la mano libera al cielo e, guardandola, sembrava afferrare quell’aria spessa come una coltre di nebbia. Lentamente abbassò la testa e pose nuovamente lo sguardo bieco sulle prime file, inarcando il capo e tornando ad indicare la gente.

«Voi. Voi! Ve ne state qui, protetti nei vostri abiti costosi, ad osservare i drammi degli altri. Voi! Credete che il prezzo di un misero biglietto vi dia il diritto di ficcare il naso negli affari altrui. Ci osservate, ci giudicate, ci analizzate come se fossimo dei microbi su un vetrino da laboratorio. E non vi basta! Guardate fissi nel microscopio alla ricerca di uno sbaglio, di un tentennamento che vi permetta di darci una valutazione. Voi! Non sapete nulla di noi. Che cosa abbiamo vissuto in realtà, quali siano stati i nostri veri sentimenti, voi lo ignorate. Voi! Ci credete fortunati perché svolgiamo il più emozionante dei lavori. Ci credete fortunati perché abbiamo vissuto vite che valgano la pena di essere raccontate su di un palco. Ma voi! Voi non sapete niente! Non sapete la fatica, non sapete le notti insonni, non sapete i pianti della delusione, non sapete l’indignazione delle raccomandazioni, non sapete l’orrore del darsi anima, corpo e cuore a un padrone feroce e crudele, insensibile alle vostre pene. Voi non sapete la tristezza del restare senza niente, la disperazione nel vedere che ciò che a te ha tolto agli altri dà lavoro e intrattenimento.»

«E voi! », continuò voltandosi bruscamente e inaspettatamente verso il palco. «Voi storpiate, manipolate, riarrangiate indoli e passioni di chi vi è estraneo per farle vostre. Per risultare credibili plasmate forme che non sapete se siano mai esistite, senza curarvi se ciò possa ferirci, se ciò possa turbare la nostra pace che almeno nel posto in cui ora siamo ci è stata concessa. Voi siete falsi. Voi siete ipocriti. Voi siete bugiardi. Voi non siete neanche più voi! Chi siete voi?»

Ettore tornò a voltarsi verso la platea. Gli occhi spalancati che lottavano, da una parte per uscire dalle orbite, dall’altra per rimanervi. C’era chi giurava di non avergli visto sbattere le palpebre neanche una volta durante il suo discorso.

Alzò il bastone verso il cielo, come per incanalarvi tutta l’energia diabolica dell’universo e, facendo un giro su se stesso, la sprigionò in tutto il teatro, su ogni uomo presente.

«Io vi maledico!», urlò a squarciagola. «Che siate dannati voi tutti! Possano le fiamme divorare questo teatro, possa il pavimento aprirsi e trangugiarvi, spettatori ingrati e attori traditori!»

Quello era il volto della rabbia, signori e signore. Il più potente dei veleni, il più infido dei sentimenti. Rabbia nella sua essenza più pura. Rabbia incondizionata, inspiegabile, irrazionale, assurda. Eppure rabbia.

La stessa rabbia del Pelide che era stata causa di innumerevoli morti. La rabbia che aveva ridotto il corpo di un valoroso guerriero, figlio, marito, padre, in un cumulo di carne e ossa. Una rabbia ostinata, prepotente, testarda, vendicativa. La rabbia più famosa al mondo. La rabbia più furiosa al mondo.

Ma non era certo da meno la rabbia di Ettore. A Ettore con il suo animo meno impulsivo, riflessivo, tanto umano da essere spaventato e da tirarsi indietro, non viene mai associata la rabbia. Eppure la rabbia in lui c’era. E forse aveva proprio approfittato di quello spettacolo per dimostrarlo.

Ma il corpo di Ettore, Ettore l’attore, non poteva reggere oltre. Con il bastone ancora per aria si accasciò pian piano sfinito sul pavimento. Tenendo su la testa era tornato a guardarsi attorno, atterrito, turbato, sconvolto, mentre dei tremiti di stanchezza gli scuotevano gli arti.

Un signore in prima fila, uno di quelli che era stato maledetto con più foga, si alzò. E lentamente cominciò ad applaudire. Seguirono applausi da ogni angolo del teatro. Ogni poltrona rimase vuota dietro agli spettatori che in piedi rendevano omaggio a quella che per loro era stata la più strepitosa delle esibizioni. Urla, fischi di approvazione, un battere incessante si diffusero fino ai sotterranei, dove gli addetti alla pulizia attoniti si chiedevano quanto fosse stata apprezzata la piece per provocare quel trambusto.

Ettore posò il capo per terra e decise di evadere, chiudendo gli occhi, da quel covo di matti che applaudivano senza una ragione .

Senza che se ne potesse rendere conto Ettore, dopo decenni di ruoli marginali ottenuti lottando a denti stretti contro la concorrenza, aveva appena ricevuto la prima maestosa approvazione, la prima standing ovation della sua vita.

Le ginocchia sbucciate di Nelly

Devi vedere come è felice Nelly in questo momento.

È mezzanotte e mezza e lei ha appena ricevuto il suo primo bacio. Un bacio vero. Come quelli che si danno gli innamorati nei film. Ha soltanto dodici anni, ma non le importa: il momento era giusto, il posto era giusto, il ragazzo a maggior ragione.

È successo in spiaggia alla poca luce di un lontano falò molti ombrelloni più in là. In spiaggia, senza fretta, senza nessun curioso nascosto a spiare, a parte la Luna. In sottofondo una canzone dei tempi dei suoi genitori, che proveniva dal lido: “Com’è bello far l’amore da Trieste in giù”. Anche la Carrà era pronta a convincerla che quelle erano le circostanze adatte. Ma non avevano capito che Nelly non aveva alcun bisogno di essere convinta! Si era follemente innamorata di lui dal primo istante in cui lo aveva visto. E il suo era amore vero, come quello dei romanzi d’amore che leggeva e non avrebbe permesso a nessuno di metterlo in dubbio, anche se qualcuno che tentava di farlo c’era. Come sua sorella che, dall’alto dei suoi cinque anni in più, credeva di sapere tutto.

Nelly aveva assistito alle partite di calcetto del ragazzo ai campetti del paese. Lo aveva visto correre come un pazzo dietro al pallone. Lo aveva aspettato fino alla fine, per poi andare alla fontanella con lui, vederlo togliersi la maglietta e rinfrescarsi. Un giorno, mentre si spruzzava addosso l’acqua fresca, lei gli aveva tenuto la maglietta e un po’ per scherzo, un po’ seriamente se ne era appropriata e se l’era portata a casa. Avrebbe avuto per sempre qualcosa che gli era appartenuto, qualcosa che portava il suo odore: non era mica matta a farsi sfuggire un’occasione del genere!

Era invidiata dalle altre ragazze, questo lo sapeva. E, senza darlo troppo a vedere, ne era persino contenta. Tutte trovavano carino quel ragazzo abbronzato, muscoloso, che spesso faceva discorsi senza senso, ma per questo ancora più misterioso e affascinante. Ma era stata soltanto lei, anonima ragazza del nord, a fare breccia nel suo cuore. Per lei era l’uomo più bello del mondo. Se in quell’estate chissà per quale miracolo o incidente del destino fosse arrivato in paese Brad Pitt, il suo attore in assoluto preferito, lei -ne era certa- non lo avrebbe degnato neanche di uno sguardo.

Quando si erano abbracciati, lì vicino alle barche aveva sentito pungere sulle guance l’accenno di barba che al ragazzo di quindici anni cominciava a spuntare. Stava bene fra le sue braccia, avrebbe potuto trascorrerci dei secoli. Sentiva delle scosse anche al minimo contatto fra i loro corpi. Come quella volta che, in macchina della sua amica e dei suoi genitori, loro due dietro si erano presi la mano. Di nascosto, per non darlo a vedere a Fabiana che era lì seduta di fianco a lei, come se fosse il gesto più proibito e intim0.

Antonio, il suo vicino di ombrellone, le aveva fatto ascoltare una canzone famosissima che lei però non conosceva. Parlava di un piccolo amore, perché vissuto da ragazzini giovani, ma grande, perché profondo e intenso come quello dei grandi. Era la loro canzone quella, parlava di loro due, Nelly aveva deciso così.

Non diremo a Nelly che dopo averla accompagnata a casa il ragazzo passerà un’ora buona al telefono con la sua ragazza, quella ufficiale, non solo estiva, che ha lasciato in città, al centro Italia. Non le diremo che passerà un’estate favolosa, bella almeno quanto saranno tristi i mesi a venire, in cui aspetterà una chiamata o un banale sms, che non arriveranno. Non le diremo che questa sarà solamente una della lunga serie di volte in cui le spezzeranno il cuore e lei, con infinita pazienza e meticolosità, dovrà starsene seduta a ricucirselo brandello per brandello. Non le diremo neanche che c’è di peggio dei problemi di cuore, ma che in qualunque momento ti piombino addosso sembrano sempre la questione più seria e disperata.

Potremmo prepararla a tutto questo, potremmo rivelarle cosa succederà, in modo che si eviti tanta sofferenza. Ma non le gioverebbe.

Quando aveva quattro anno e si è butta a rotta di collo giù da quella discesa per andare incontro alla mamma che tornava da lavoro, non glielo abbiamo detto che sarebbe caduta. Quanti pianti quel giorno! Con il papà che si era arrabbiato perchè Nelly si era sbucciata tutte le ginocchia. Ma era necessario che lo facesse. Dovevamo lasciare che accadesse, senza modificare nulla. Il bruciore delle ferite le ha insegnato a non essere precipitosa e impulsiva. Come questa prima esperienza amorosa negativa le farà comprendere che è meglio andarci caute e non dare tutto subito per scontato.

Nelly dovrà imparare a incassare colpi, a non abbassare la guardia e a ripartire subito dopo. Dovrà imparare ad avere pazienza -nella sua vita gliene servirà molta- , ad aspettare che le cose accadano. Avrà anche lei la sua dose di felicità e belle esperienze, ma dovrà saper attendere.

E nel frattempo dovrà aver appreso i trucchi della sopportazione: per diventare più forte, per non venire facilmente ingannata dal sole estivo e, soprattutto, per apprezzare tutto il buono che abbiamo in serbo per lei.

[Cit.] Chi li ammazzerà per aver ammazzato?

Allora Patrick aveva chiesto perché la gente voleva ammazzare il signor Sonnier.

«Perché dicono che ha ammazzato della gente», aveva risposto Bill.

«Ma allora papà», aveva chiesto Patrick, «chi ammazzerà loro per aver ammazzato lui

Patrick e suo padre Bill Quigley, che partecipa al caso di Elmo Patrick Sonnier, detenuto nel braccio della morte.- “Dead man walking”, Helen Prejean

Sotto la sua pelle

Se provi l’irrefrenabile voglia di giudicarla, se proprio non riesci a contenerti e vuoi decidere tu cosa sia giusto, sensato o stupido per lei, ti affido un compito. Anzi, dal momento che hai tanto tempo libero per indagare con scrupolosità la vita degli altri tralasciando la tua, te ne affido diversi.

Innanzitutto spogliati dei tuoi abiti e indossa i suoi: non importa se ti stanno stretti o larghi, il gioco è questo e l’hai deciso tu, ma le regole le detto io; conficcati le unghie nella schiena, sguscia fuori dalla tua pelle e infilati nella sua: senti che dolore provocano le ferite che la hanno inferto, osserva i margini frastagliati di quelle che non si sono ancora rimarginate e neanche accennano a farlo.

Percepisci come ci si sente sotto la sua pelle. Senti il suo sangue scorrerti nelle vene, ascolta il battito del suo cuore e adatta la routine quotidiana della tua vita al suo ritmo. Percepisci il gelo della paura che rizza i capelli sulla nuca, senti il tuo fiato tagliato corto dalla sua ansia, guarda la sua espressione spaventata riflessa nello specchio. Piangi tutte le lacrime che ha pianto lei, non dimenticarne neanche una. Osserva tutte le lacrime che ha visto lei e patisci con chi le versate.

Cammina sulle orme che ha lasciato: non mettere il piede in altro punto e attento a non metterlo in fallo, il bosco è pieno di pericoli, questo lei lo sa. Percorri le strade da lei battute, prendi i sentieri scoscesi che ha salito anche lei e presta soccorso a chi le ha chiesto aiuto durante il cammino. Offri il tuo bastone a chi ha bisogno di lei, strada facendo ne troverai un altro o forse non lo troverai, lei non ci pensa, non farlo neanche tu. Cadi dove è caduta lei, cadi molte volte come ha fatto lei. E rialzati nell’esatto momento e nell’esatto passo dove, dopo innumerevoli tentativi, ci è riuscita.

Arrampicati sull’altura, quella più alta, in modo da poter vedere la strada che si è lasciata alle spalle e quella che ancora la aspetta. Prova la sua determinazione, prova il suo sconforto, prova nello stomaco il gusto amaro del fallimento e nel petto la dolcezza del successo.

Assapora con lei il calore dell’amore curato e messo al riparo: rifugiati nel suo tepore e dimmi se ti piacerebbe uscirne. Fai risuonare nelle tue orecchie le sue risate e esaltati per i motivi per cui si rallegra lei. Esprimi gioia con i suoi gesti, trasmetti affetto appropriandoti dei suoi modi, sali nell’inesorabile e instancabile ascensore della felicità-tristezza che da sempre l’accompagna nel suo viaggio.

Prendi il suo treno di pensieri, spingiti nei luoghi più remoti della sua mente, attraversa i binari più consumati e quelli appena installati. Guardando dal finestrino, scopri i motivi che non conoscevi, le convinzioni che non credevi trovassero posto tra i suoi valori, le verità che albergano in lei, la governano e la muovono. Entra in contatto con le sue idee, osserva come attecchiscono alle pareti della sua psiche, esplora anche quelle che sono fuggite o sono state relegate nei sotterranei dell’inconscio. Fai un salto fra i suoi ricordi, guarda fotogrammi che mutano nel tempo, scoloriscono o tornano ad essere vivi.

Prendi aria a pieni polmoni e tuffati nel lago della nostalgia: senti sul tuo corpo la sensazione provocata da quelle acque del passato, emozionati sentendo il vento che ti passa fra i capelli sussurrarti all’orecchio i nomi di coloro di cui lei ha dovuto fare a meno.

Infine con le membra ancora gocciolanti di estasiato ricordo entra a piedi nudi nel suo tempio delle venerazioni. Le statue di oro lucente attorno a cui bruciano ininterrottamente ceri che diffondono una luce soffusa di ossequiosa gratitudine ti indicheranno chi si è seduto nel suo cuore, chi è diventato compagno della sua anima e mai potrà essere scalzato dalla dimora della sua adorazione.

Dopo questo viaggio rientra nel tuo corpo, annota su un foglietto somiglianze e differenze tra te e lei e buttalo via. Non ti serve a niente, tutto ciò che hai visto e sperimentato rappresenta forse appena una milionesima parte di ciò che costituisce il suo essere.

Non puoi giudicare perché non puoi capire e non puoi capire perché non sei lei, perché neanche se impiegassi il resto della tua vita ad indagarla e studiarla coglieresti la sua essenza e con essa le sue ragioni.

Con ago e filo ricuciti la tua pelle addosso e d’ora in poi bada solo a quella: curala, proteggila, ringraziala e permetti a lei di fare lo stesso con la sua.